Emergere sul limite del sonno

Anima nel sangue.

QUATTRO

Gabriel giaceva nel letto. Di solito i suoi sogni erano ambientati al lavoro o nella vecchia casa dei genitori, due luoghi in cui, secondo lui, il suo subconscio si sentiva più coinvolto rispetto alla fatiscente casa a Somerville. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva sognato nel suo appartamento, ma aveva la sensazione di star sognando ora, con gli occhi aperti. La sua stanza era buia ma non completamente buia. Una luce argentea incorniciava la tenda alle finestre e la porta del corridoio era aperta. Sapeva di essere ancora addormentato, era certo che fosse un sogno perché non riusciva a muovere né le braccia né le gambe, e i bordi del suo campo visivo si affievolivano come nel guardare attraverso delle lenti appannate intorno al bordo.

Nel mentre che giaceva lì e sapeva di essere addormentato, era sicuro al cento per cento che ci fosse qualcuno nel corridoio, qualcuno appena oltre il rettangolo di luce leggermente più chiaro del buio della sua stanza, proprio oltre la fine del suo letto. Qualcuno era lì e da un momento all’altro avrebbe varcato la soglia della stanza. Si muoveva silenziosamente verso la porta della sua camera. Nessun fruscio di abiti, nessun passo sul pavimento in legno, ma ora era più vicino. Tra un istante avrebbe superato lo stipite della porta, lui avrebbe visto una mano, un braccio, una gamba. Non aveva mai percepito il proprio respiro in un sogno prima d’ora, ma ora era rapido e superficiale. Si avvicinava. <Era un’ombra quella?>

Gabriel tossì e si sedette sul letto. Respirava affannosamente; non aveva idea del motivo per cui si sentiva mancare il fiato e non ricordava di essere effettivamente sveglio. La luce nella sua stanza era più fioca rispetto al sogno… ma sembrava comunque che qualcuno fosse nell’abitazione.

“C’è qualcuno?” disse prima di pensare, <se qualcuno è nell’appartamento, non è per fare amicizia, razza di idiota.> Nessuno rispose, e una rapida ispezione delle stanze dimostrò che infatti era da solo. Controllò le porte e testò le finestre con uno strattone.
Tornò silenziosamente nella sua camera, facendo del suo meglio per ignorare gli avanzi nel frigorifero. L’abbuffata di mezzanotte di cui non aveva bisogno.

Infilandosi di nuovo sotto le lenzuola, Gabriel non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione di una presenza in casa, o più precisamente, nella sua camera da letto. <Sono solo Madge o Mabel sveglie con il bruciore di stomaco,> pensò riferendosi alle vicine dell'altro appartamento al piano sotto. <O forse Kyle che tornava a casa da qualche festa di metà settimana in tarda notte.> Spesso, quando il ragazzo della confraternita al piano di sopra camminava per casa, sembrava che qualcuno fosse nel suo appartamento.

Sapeva che non sarebbe mai riuscito a dormire con quell’orrenda sensazione che qualcuno potesse essere nelle vicinanze, e le 3 del mattino era comunque troppo presto per alzarsi dato che non doveva andare al lavoro fino al tardo pomeriggio. Sospirò e afferrò il romanzo dal comodino.