Basta fingere.

Per sempre, sempre.

Attraverso una piccola apertura vicino alle tende di una delle finestre della baita, Tate vide il cielo notturno: nero, in lontananza, ignaro di tutto ciò che accadeva sotto di esso. Il cielo era solo un'ombra che circondava l’ombra più piccola formata dalle pareti e dal tetto della piccola abitazione. Era lo stesso cielo sotto il quale era nato; lo stesso cielo sotto cui nascevano tutti. Quella notte, fissando quel minuscolo frammento di volta celeste, quel cielo sembrava offrirgli lo stesso conforto che gli aveva concesso ogni singola notte della sua vita. Avrebbe voluto credere che lassù ci fosse qualcuno o qualcosa a cui chiedere una guida per riceverla per davvero. La gente guarda sempre il cielo per recitare preghiere e intonare canti. Ma lui non ci credeva. Era solo nell'incertezza… o forse, in quel caso specifico, nella sua stessa riluttanza.

Si voltò verso la camera da letto. Wen giaceva dove l'aveva lasciata, dormendo profondamente. Poteva sentire il suo respiro leggero, che sembrava il vento, distante e insistente. Qualcosa dentro di lui cedette, e si allontanò dalla porta.

L’indecisione lo aveva cacciato nei guai un sacco di volte. Si era tormentato esitando tra una scelta e l’altra, grande o piccola che fosse; ma ora, tutto questo lo lasciava intorpidito, nauseato e arrabbiato, sentendosi totalmente incapace di agire.

Attraversò la stanza buia fino a quell’apertura; e, coprendosi un occhio, ci mise l'altro contro per cercare nel vuoto un punto di luce, un bagliore vicino all'orizzonte, un aereo o un satellite che attraversasse l'oscurità. Niente. Come sempre.

Cominciò a fare avanti e indietro nella stanza, evitando i punti in cui sapeva si trovassero i mobili.

Non ricordava molto della sera in cui si erano conosciuti all’Area. Nei suoi ricordi, era tutto un insieme di caldo, alcol e musica a tutto volume, seguiti dalla luce della luna e da un letto caldo nel suo appartamento. Si era svegliato accanto a lei e si era messo a fissare la sua mano grande e sottile sul cuscino, quel suo viso triangolare da volpe e i capelli biondi scompigliati dal sonno; sorrise, con la sensazione di conoscerla da anni.

Per il resto della settimana l’aveva cercata dappertutto, quella sua donna misteriosa, in ogni angolo del campus. Erano entrambi specializzandi nello stesso dipartimento, ma lei non sembrava frequentare gli stessi posti degli altri laureandi. Alla fine, quel giovedì, l’aveva trovata e lei gli aveva proposto di andare a un concerto. I Chieftains, che avrebbero suonato all'Union. La musica folk non era la sua preferita; lui preferiva di gran lunga la musica forte e particolare. Comunque, dopo il concerto, le disse che gli era piaciuto da morire. La cosa l’aveva resa felice, e così fu felice anche lui.

Quello era stato agosto. Ora, a marzo, sapeva di essere stato troppo ottimista. Avrebbe dovuto sapere che le cose non sarebbero durate; non reggevano mai.

Tre settimane dopo l'aveva invitata fuori a mangiare, ma con in mente qualcosa di più di un semplice pranzo. La relazione pareva funzionare. Da mesi era innamorato di lei, ma era stato difficile conquistare un semplice ‘ti amo’ per convincersi che i sentimenti erano reciproci. Lei era rimasta con lui, ma senza mai esprimersi. Certo, pensava col passare dei mesi, se resta, deve pur amarmi.

Erano andati in un ristorantino del centro raccolto e poco illuminato. Per tutto il pranzo era rimasto in uno stato di continua tensione. La loro conversazione era stata intervallata da lunghe pause cariche di attesa.

Quando finirono, mentre la truccatissima cameriera batteva il conto in cassa, Tate trovò finalmente il coraggio di dire ciò che doveva. “Indovini perché ti ho portato qui oggi?” chiese con un sorriso. Per qualche motivo si aspettava che lei sapesse il perché; aveva pensato che avesse percepito quei silenzi e che ne avesse compreso il significato.

“Pensavo fossimo qui per pranzare,” disse lei. Le sopracciglia si corrugarono un po' e la voce suonò leggermente pungente.

“Beh, c'è anche dell’altro. Volevo sapere cosa succederà quest'estate e anche dopo.” Sentiva il cuore battere in ogni centimetro del suo corpo, sicuro che l'emozione si riflettesse anche sul suo sorriso.

Lei si fermò, sembrava apparentemente interessata al movimento vorticoso dei cubetti di ghiaccio nel suo drink, facendoli girare con una sottile cannuccia. “Non lo so. Dopo la laurea, immagino che cercherò un lavoro.”

“La domanda del giorno, del mese, dell'anno,” aveva detto. “…è questa: mi vuoi con te?”

La sua mano le rimase sospesa a metà del gesto. La cannuccia scivolò dalle sue dita e prese a girare vorticosamente nel bicchiere, mentre erano in silenzio. Alla fine lei parlò: “Ti rendi conto di quello che hai detto?”

In quel momento era davvero sicuro di ciò che stava dicendo, “Sì, lo so.”

Continuando a fissare il lento movimento nel suo bicchiere, disse, “E il resto dei tuoi studi? Ti rimane almeno un altro anno.”

“Le università sono ovunque. E ovunque deciderai di stabilirti, troverò un modo per studiare lì vicino.”

“E i tuoi genitori?”

“Al diavolo tutti. Nella vita arrivano momenti in cui bisogna smettere di preoccuparsi così tanto di quello che pensano o vogliono gli altri.”

Lei sollevò lo sguardo verso di lui solo per un attimo, poi tornò a fissare la bevanda. “Ammetto di essermi chiesta cosa sarebbe successo alla fine dell'anno.”

“Però non pensavi che ti avrei chiesto quello che ti ho chiesto.” Era quasi una domanda. “Non devi decidere oggi,” disse sporgendosi leggermente sul tavolo. Tate le prese la mano. “Lo so che è una decisione importante. Mancano quattro mesi alla laurea.”

Lei si limitò ad annuire e, dopo che lui ebbe pagato il conto, uscirono.

Le ci volle una settimana prima di dargli una risposta. Per tutto quel tempo lui rimase in attesa. Lei, invece, sembrava del tutto impassibile. Un paio di giorni prima che si decidesse a parlare tra loro si eresse un muro. Pur continuando a frequentare lo stesso letto, lui percepiva una distanza nuova e sentiva, in cuor suo, che qualcosa era effettivamente cambiato.

Accadde, in una di quelle giornate invernali stranamente calde, che fossero nel suo appartamento. Ognuno lavorava alla propria tesi. Lui era rimasto a fissarle la sommità del capo, soffermandosi sui riflessi più dorati dei capelli. A un certo punto lei alzò lo sguardo e incrociò direttamente i suoi occhi; senza esitazione, disse: “Dobbiamo parlare.”

Lui annuì. Entrambi sapevano di cosa avrebbero parlato. Stavano insieme da troppo tempo per non conoscere almeno in parte i pensieri l'uno dell'altra.

Dopo un momento a giocherellare con un cartoncino, Wen lo appoggiò piatto sul tavolo e alzò lo sguardo. “Tu... tu hai semplicemente scelto il momento sbagliato per farmi quella domanda”, disse tenendo lo sguardo fisso sulla sua spalla.

“Lo so, eri molto impegnata con il dipartimento…”

“No, non è questo. Ormai dovresti conoscermi. Dovresti sapere che io... che io... non vorrei avere nessuno accanto la prima volta che mi trovo davvero da sola. Sono passata dalla casa dei miei genitori all'università, e poi al dottorato. Non sono mai stata davvero là fuori, al mondo.” Wen sospirò e, scuotendo appena la testa, disse: “Non posso dirti di sì.”

“Non puoi dirmi di sì perché non vuoi portarmi dietro come un peso? Posso cavarmela da solo. Non puoi dirmi di sì perché non vuoi chiedermi di lasciare l'università? Sono stato io a offrirmi, non sei stata tu a chiedermelo.”

“Allora non mi hai ascoltato. Io stessa non so dove andrò. Non voglio vivere con qualcuno quando la mia vita è così incerta.”

“Quindi la tua risposta è…”

“…E’ No.”

Per una tacita decisione di entrambi, tornarono ai rispettivi lavori sulla tesi finché lui non uscì per andare alla sua lezione serale.

Nella settimana in cui aveva atteso quella risposta, per quanto melodrammatico possa sembrare, si convinse che forse sarebbe morto se lei gli avesse detto di no. Non era successo. Anzi, ripensandoci, aveva scoperto di essersi quasi aspettato quel rifiuto. Forse conosceva Wen meglio di quanto avesse immaginato.

Per i due giorni che seguirono la conversazione non la vide, e per tutto quel tempo si sforzò ostinatamente di non provare niente. Ma quel vuoto che portava dentro era così pesante da farlo stare male.

Alla fine fu lei a chiamarlo, cosa che, di per sé, era piuttosto strana. “Mi piacerebbe vederti. Abbiamo ancora bisogno di parlare.” aveva detto. Per qualche ragione, il telefono rendeva la sua voce un po' più fredda del solito. Rabbrividì per la tensione che la cosa gli stava creando.

Lui non disse niente.

“Posso farti una domanda?” domandò lei nel silenzio della telefonata.

“Certo.”

“Dove hai trovato il coraggio di chiedermi una cosa del genere?”

“La mia risposta non ti piacerà.”

“Fa lo stesso. Voglio sentirla comunque.”

Per un attimo valutò diversi modi di esprimere ciò che provava e alla fine scelse il più diretto. “Se un anno fa mi avessero chiesto di descrivere la mia compagna ideale, avrei finito per descrivere te.”

“Ah!”

“Dovevo chiedertelo. Sapevo che, se mi avessi detto di sì, dopo la laurea ci sarebbero stati alcuni mesi infernali, il tempo di sistemare le cose e trovare il nostro equilibrio. E sapevo che, se mi avessi detto di no, ci sarebbero stati alcuni mesi difficili prima della laurea.”

“Questi mesi non devono essere un inferno,” lei disse lentamente.

“Per questo volevo parlarti. Ci incontriamo all’Area stasera?”

Il tumulto che gli agitava la mente forse avrebbe trovato un po' di tregua in un tumulto esterno. “Va bene.” rispose.

Si incontrarono al locale. Sotto le luci psichedeliche, nell'aria calda e satura di musica del posto dove si erano conosciuti e lui le chiese cosa avesse in mente.

Rimase seduto con una mano sull'altra, fissando lei attraverso il tavolo mentre aspettava la risposta.

“Io vorrei...” cominciò lei, accarezzando con un dito la condensa sul bicchiere del suo Long Island Iced Tea. “Credo... io credo che dovremmo continuare come prima.”

Non era preparato a sentirsi dire quelle parole. ‘Come prima’. Una parte di lui avrebbe voluto gridare, ‘forse per te può essere come prima’. Ma non lo fece. L'amava, e lei era rimasta con lui. Non voleva assolutamente ferirla. “Anch'io lo vorrei.” rispose in fretta. Non ci fu alcuna scarica di adrenalina, nessuna ondata di felicità.

Lei sorrise. Poi, mentre ordinavano il giro successivo, ci furono alcuni istanti d’imbarazzo, come se si fossero appena conosciuti.

Tate sapeva che, qualunque fosse stato il momento dell'addio, sarebbe stato difficile. Gli disse che per lei sarebbe stato un inferno; lui sapeva che lo sarebbe stato anche per lui.

Quella sera bevvero più del dovuto. Più tardi, nell'appartamento di Wen, cominciarono a ridere. Risero forse per un'ora intera; ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, scoppiavano a ridere ancora di più. E quando andarono a letto, entrambi si addormentarono ridendo.

Questo era successo una settimana fa. Da allora è stato come ricominciare da capo, con la differenza che stavolta lui non si faceva illusioni sulla durata della loro relazione. C'era una scadenza già scritta su tutto ciò che facevano, e questo cambiava il modo in cui ogni cosa gli appariva. Per lui erano amici che condividevano un letto. Tutto sembrava essere così meccanico.

Era arrivato di nuovo il fine settimana, e avevano deciso di trascorrerlo nella baita dei genitori di Tate, appena fuori città. Si stavano divertendo, ma starle vicino lo sfiniva. Era sempre costretto a trattenersi. Gli sembrava strano sentire le lacrime così vicine e sapere, al tempo stesso, che non avrebbe potuto lasciarle uscire, che non sarebbe stato opportuno. Era stufo di quel continuo gioco di prestigio emotivo che metteva in scena ogni volta che temeva di ferire qualcuno dicendo la verità.

Il suo amore per lei era cambiato nel momento in cui gli aveva dato quella risposta monosillabica. Ne percepiva la mancanza di profondità, e questo lo spaventava. Lo spaventava che non fosse in grado di resistere, che fosse così superficiale, che una sola parola fosse bastata a mandarlo completamente in frantumi. Tutti gli avevano sempre detto che l'amore dura per sempre.

Lei dispensava con grande facilità i suoi ‘ti amo’ e i suoi ‘mi sei mancato’. Sapeva che lui era un sognatore d'altri tempi, e non poteva fare a meno di pensare che fosse un modo per tenersi vicino qualcuno fino al momento della partenza. Eppure non voleva credere che lei fosse capace di tali macchinazioni.

Voleva dirglielo. Voleva dirle che ciò che lo sosteneva in una relazione era la promessa di un ‘per sempre’, e quella promessa ormai non esisteva più. Voleva dirle che sarebbe stato capace di dirle addio, ma non di farlo per tre mesi di fila. Voleva dirle che aveva bisogno di andare avanti.

Accesero il fuoco appena arrivati, all'inizio della serata. Nella baita non faceva freddo, ma un fuoco creava un ambiente dolce e più caldo. Seduti l'uno accanto all'altra alla luce della brace lei ruppe uno dei troppi silenzi che ormai si erano fatti abituali, “A cosa stai pensando?”

Appoggiò la mano su quella di Tate. Era insolitamente calda.

“A niente,” sorrise lui, appoggiandosi poi allo schienale e incrociando le braccia. “stavo solo staccando la spina. Ero perso nella fiamma, credo.”

Lei lascò correre, e iniziarono a parlare dei progressi dei loro studenti dall'inizio del semestre. E quando cominciarono ad avere sonno, lui chiuse la vetrata del camino e andarono a letto.

Stava pensando, ma non a qualcosa che riuscisse a tirare fuori a parole.

Smise di fare avanti e indietro nella stanza buia e si sedette contro il muro di fronte a quella piccola apertura. Ogni mattina si svegliava accanto allo stesso viso da agosto, ma persino nel sonno riusciva a percepire una certa freddezza nei suoi lineamenti immobili. Si domandò come mai non lo avesse notato prima. Forse gli eventi dell’ultimo mese stavano soltanto influenzando la sua percezione. La verità era che lei apparteneva solo a se stessa, e nessuno l'avrebbe mai posseduta. Di sicuro non lui e soprattutto non adesso.

Tate si alzò in piedi. Il cielo fuori dallo spiraglio aveva cominciato a farsi più chiaro, di un singolare color rosa. I suoi pensieri erano in pieno tumulto. “Ancora solo tre mesi,” disse ad alta voce. Poteva fingere ancora per così poco tempo, per Wen... e forse anche un po' per se stesso. Tate voltò le spalle a quella piccola breccia e camminò nell'oscurità verso la camera da letto.