Compleanno

Torta metafisica.

Era ora di pranzo, e la tavola era apparecchiata. Una tovaglia di cotone bianco ne copriva la superficie. Ogni piatto era stato disposto con cura, accompagnato dalle posate abbinate. I bicchieri e i calici erano allineati da sinistra a destra, tutti alla stessa distanza. Accanto a ciascuno, un tovagliolo bianco, piegato con semplicità; davanti a ogni posto, un grazioso panino dorato, adagiato sul proprio piattino.

La tavola era colma di tutti i suoi cibi preferiti. Un grande vassoio conteneva dei bastoncini di verdura colorati, disposti ordinatamente, con ciotoline di salse intorno insieme a un tagliere di formaggi. Al centro troneggiava la zuppiera con il mestolo ricurvo, appoggiato lì accanto, piena di una vellutata di zucca e patate. Anche gli antipasti, hummus di ceci e barbabietola, erano pronti, accompagnati dai crostini croccanti.

Era tutto al suo posto. Mancava solo lui, l’ospite d’onore. Gli altri sarebbero arrivati più tardi.

Arrivò puntuale, con quel sorriso semplice e radioso che si accordava perfettamente ai suoi occhi limpidi, del colore dell’acqua. Chi lo conosceva bene avrebbe detto che anche quelli potevano sorridere, ma solo quando era davvero felice. Erano lo specchio della sua anima gentile. Non era possibile distoglierne lo sguardo e stargli vicino era come gettare l’ancora in un porto sicuro, circondati da un mare calmo. Il suo viso ovale, con la sua graziosa simmetria matematica, racchiudeva tutto questo come un’equazione perfetta.

Si sedette in silenzio sul divano e la sua presenza riempì la stanza più di qualsiasi voce. Guardò la tavola. Un piccolo, quasi impercettibile sorriso di riconoscimento, di gratitudine, di memoria, gli incurvò le labbra. Non parlava molto, non ne aveva bisogno, perché il suo silenzio non era mai vuoto; era pieno di significato, come la pausa prima che inizi la musica.

Poi, dal corridoio, giunse un mormorio di voci e il fruscio lieve di passi sul pavimento. Gli altri ospiti avevano cominciato ad arrivare.

I cappotti venivano appesi, le guance sfiorate da baci, e i saluti scambiati a bassa voce, come se fosse stata la stanza stessa a chiedere la cortesia. Uno dopo l’altro, entrarono, fermandosi un istante sulla soglia prima di avvicinarsi alla tavola. Gli sguardi passavano in alternanza dalla situazione a lui, e qualcosa di non detto si mescolava: riconoscenza, affetto, forse persino meraviglia. Nessuno aveva fretta, nessuno ne sentiva il bisogno.

Infine, tutti si sedettero, e senza dire una parola lui si alzò avvicinandosi alla tavola con passi silenziosi, quasi reverenti. Scostò la sedia con delicatezza per non disturbare l’armonia della scena e anche lui prese il suo posto. Spezzò delicatamente in due la pagnottella davanti a sé. La crosta cedette con un leggero crepitio, liberando il profumo caldo della farina e del tempo, poi chiuse gli occhi per un istante, come per sentire non solo il pane ma anche la cura con cui era stato preparato.

Lei lo aveva osservato per tutto il tempo, le mani poggiate in grembo, il respiro trattenuto. Poi, lentamente, alzò lo sguardo e quando i loro occhi si incontrarono, lei espirò, come un segreto che si libera. Non c’era bisogno di parole perché la tavola, il cibo e la luce parlavano per loro.

Anche voi lo avreste detto di lui, che assomigliava a una torta Paradiso: imperfetta e delicata, che si scioglie in bocca.

Era il suo compleanno.