Andare avanti

… In breve...

Ricordi speciali, e la vita continua. Così va.

Chiudo la porta dietro di me ed esco all'aria notturna. Continuare a camminare su quei pavimenti di legno duro e vuoti avrebbe assordato chiunque. Altri pochi istanti nella solitudine della mia stanza e sarei impazzito. La casa è rimasta come prima. Nessun grande cambiamento, nonostante uno dei suoi occupanti sia scomparso. Ho camminato tutta la notte, dentro e fuori dalla casa. E se mia madre e mio padre fossero stati svegli per tutto il tempo, li avrei fatti impazzire.
Scendo le scale, coperte di erba sintetica ‘AstroTurf’, e mi dirigo nella stessa direzione di questa notte. Faccio del mio meglio per concentrarmi sugli ambienti circostanti e non sulla mia destinazione.
La luna, ingiallita dalle nuvole del temporale di domani, è bassa in cielo. C'è un lampeggiare silenzioso di fulmini illuminato dalla calura occasionalmente a Est. E occasionalmente fari viola illuminano la strada tra le pozzanghere color pesca, dai lampioni, agli angoli della strada, ma sono solo e per lo più con la luce della luna. Da entrambi i lati rispetto a me, case con finestre scure si sfidano mentre le attraverso. Dickens aveva ragione; ogni casa sembra un mistero. Ma all'interno di quelle case vivono i misteri più grandi, le persone che probabilmente conosco... le persone che pensano di conoscermi. A breve distanza lungo la strada, una figura attraversa il marciapiede, dirigendosi verso un'abitazione. Ad accoglierla alcune luci e i guaiti festosi di un cane. Quante persone tornano volentieri nelle proprie case buie e vuote? Notando che ho smesso di camminare, ricomincio, calpestando i lunghi blocchi del marciapiede.

Mi fermo e mi siedo sotto la luce, all'angolo successivo. Ascolto il ronzio della lampada ‘ad arco' che si armonizza con quello degli insetti notturni e scosto i cadaveri delle falene caduti alla base del lampione. Affiorano memorie di sorprendente chiarezza. Ricordo di aver catturato ragni e di averli annegati nel lavandino del bagno, con quel disprezzo sfacciato per la vita di certi bambini. E ricordo le terse giornate estive e quelle nebbiose nel cortile di casa con mia sorella, Sue. Catturavamo le api dal gelsomino di mamma con dei contenitori 'Tupperware'. Ascoltavamo quel delicato brusio che usciva dalla scatola finché l'ape cedeva, e il mormorio si fermava. E quando tutte le api nelle loro ciotole avevano smesso di ronzare, io e Sue svuotavamo le ciotole e ci precipitavamo a catturare altri ingenui visitatori.

I fari si illuminavano intensamente nei miei occhi. Una cabriolet piena di ragazzi trascura il segnale di stop all'angolo opposto. La radio è alta, e metà degli occupanti si sporgono fuori dalla macchina. Gli altri si ignorano a vicenda per parlare al telefono. Qualcuno suona il clacson mentre la macchina passa. Mi giro per guardare i fanali di coda che si allontanano. Si spengono lentamente una alla volta. Non saprei nemmeno dire se conoscevo qualcuno nella macchina. Un anno al College e tutto sembra così lontano come quei ricordi di pomeriggi estivi.
Riprendendo a camminare, seguo la scia della cabriolet e mi dirigo fuori dalla città. Un telefono squilla in una delle case. Cattive notizie. Mia mamma si è sempre preoccupata nei tre squilli prima di rispondere al telefono durante la notte. Ed è stata sempre premiata con la tragedia, per ben tre volte.

Ricordo di essere stato svegliato dal telefono a mezzanotte circa quattordici anni fa. C'è stata una pausa e una discussione sussurrata nella stanza accanto. Poco dopo, mia madre è entrata nella mia camera. Sbattendo i suoi grandi occhi blu più del solito e dicendomi che il nonno era mancato. Ha detto che lei e papà sarebbero andati a salutarlo. Avrei dovuto stare dai vicini ma Sue, due anni più grande di me, disse che sarebbe andata con loro. Sono quindi partiti quella stessa notte e tornati tre giorni dopo. Ma non molto è cambiato da allora nella nostra vita quotidiana.

Mentre cammino nella quasi invisibile umidità, la camicia mi si appiccica come fosse bagnata. Mi asciugo la fronte con una manica. I ricordi del nonno sono sfumati. Si susseguono rapidamente: giorni al parco, battaglie d'acqua con innaffiatori che sibilano in giardino, esplorazioni nella vecchia casa in cui viveva. So che ho trascorso del tempo con lui e che mi sono divertito, ma non ricordo lacrime versate quando se ne è andato. Immagino che fossi troppo giovane quando è accaduto e troppo abituato all'idea della sua assenza quando ero abbastanza grande per capire cosa fosse successo.

Il frinire armonico e ripetitivo dei grilli mi ricorda ancora una volta le api. Ricordo la sensazione del 'Tupperware' nelle orecchie e la sensazione di potere assoluto che avevo su quei piccoli insetti. Ricordo quanto fossi arrabbiato, quanto fossi triste e arrabbiato, quando Sue non volle più catturare le api con me. Diceva che non avrebbe giocato perché catturare api era un gioco da bambini. Era troppo grande per quelle cose. La conoscevo meglio di così. Anche se avevo solo nove anni, ricordo di aver pensato che la verità fosse che lei non voleva far male alle api.

Mi fermo. Fine della strada. La strada diventa ghiaia e una bassa recinzione mi sbarra il passaggio. Scavalco la recinzione ed entro in un campo. Le erbe più alte sporgono sopra la nebbia che arriva dal laghetto. Camminando come ho fatto qualche ora fa, attraverso il prato e ascolto i fiori e le erbe calpestate, come fosse un sordo picchiettio contro le scarpe. Arriva vento da Est. Raffreddando l'aria, trasporta con sé un'umidità fredda, quell'odore di promessa pioggia.
Fa contorcere la nebbia a terra per alcuni istanti prima di dissiparla. Ho un sapore metallico in bocca. Per una volta il meteorologo ha ragione, è in arrivo un temporale.

La nebbia è sparita; riesco a distinguere lembi di erba secca della Fiera di quest'anno, il Carnevale. Sorrido; le serate di Carnevale sono sempre state l'evento sociale dell'estate. Sue faceva in modo di portarmi alla fiera ogni anno. Noi andavamo, ovviamente, su tutte le giostre e guardavamo tutti gli spettacoli, ma le attrazioni della serata erano di certo l'atmosfera e il cibo.
Ogni anno notavo qualcosa di nuovo in Fiera. C'erano persone strane che facevano cose ancora più strane. Profumi di cibo, fermento, paura e sudore si mescolavano nell'aria densa di fine estate. Io e Sue ci rimpinzavamo di funghi e gamberi in pastella. C'erano sempre tante mele caramellate e banane ricoperte di cioccolato, e non lasciavamo mai la Fiera senza prendere una gigantesca confezione di zucchero filato. Ricordo di aver avuto quindici anni quando portammo con noi anche i nostri primi fidanzatini. Quella sera siamo tornati un po' troppo tardi secondo la mamma, ma prima che potesse iniziare a rimproverarci, il telefono aveva squillato. Era passata la mezzanotte.
Si era preoccupata per i tre squilli prima di afferrare il telefono. Il respiro le si era bloccato in gola, e già sapevamo che sarebbero state brutte notizie. Il nonno, suo padre, aveva avuto un attacco di cuore. Quella volta sono andato al funerale.
Amavo il nonno, o almeno credo di averlo fatto. Quando era in vita, pensavo di non poter vivere senza di lui. Mi portava a pescare e a fare campeggio. Mi insegnò a osservare gli animali, in particolare gli uccelli. Seduto in chiesa durante la sua commemorazione, continuavo a pensare, non potevo credere che fosse scomparso. Intorno a me le donne piangevano e gli uomini sembravano fare di tutto per trattenersi. Non pensavo fosse appropriato piangere, così non l'ho fatto. Dalla sua tomba, ho osservato scoiattoli inseguirsi tra le lapidi. Le foglie frusciare e cadere gialle, a scrosci, con il vento. L'inverno stava arrivando. Un'enorme macchia scura di volatili divideva il cielo sopra di noi. Erano ancora in migrazione. Allora ho capito che il mondo sarebbe andato avanti anche se Il nonno non c'era più.

Sue mi amava moltissimo. Lei sapeva che io e il nonno eravamo molto legati. Mi disse, con discrezione, che potevo piangere. Diceva di sapere che dentro ero distrutto. Le risposi che stavo bene e che presto tutto sarebbe tornato normale. Lei sembrò terrorizzata e non mi parlò per il resto della giornata.

Mi trovo, ora, davanti ai cancelli. Gli insetti tacciono. Ero qui non più di due ore fa, ma sono passato oltre e sono tornato a casa. Sento che ci devo entrare. Le nere lance in ferro battuto dei cancelli e della recinzione puntano verso il cielo. Perché chiudono i cancelli del cimitero? Chi vuole entrare, entra, e chi è già dentro non può uscire. Immagino che il custode debba fare qualcosa in più che semplicemente tagliare l'erba.
Sto attento a non impigliare i vestiti mentre scavalco con l'aiuto di un nocchiuto ramo di quercia. Un tuono rimbomba mentre atterro con un sobbalzo dall'altro lato. Conosco la strada; l'ho percorsa mille volte nell'ultimo anno. "Susanna Teal", recita la lapide. Sotto ci sono le date di nascita e morte. Un anno fa, mia madre ha ricevuto una terza chiamata in tarda notte. Sue aveva avuto un incidente mentre tornava da una festa. Non era arrivata in ospedale.

Desidero disperatamente dire qualcosa, ma ho la sensazione che il vento, che è aumentato d'intensità, porterebbe via qualsiasi parola che potrei dire. Per chi le direi in ogni caso? So che amavo Sue. Almeno sentivo per lei ciò che ha significato l'amore nella mia vita. Mia madre diceva sempre che io veneravo la terra su cui camminava, ma non ho pianto al suo funerale. E la mia vita è comunque andata avanti.

All'improvviso mi sento male. Quel poco che ho mangiato prima di camminare minaccia di salire. Fisso la lapide e la motta di erba verde.

Sto andando avanti, sopravvivo.

Lo stomaco mi si rivolta, e corro curvo verso il cancello mentre la pioggia inizia a cadere. Si sente come un silenzioso ruggito mentre la mia camicia, impigliata su una delle punte, si strappa. Sono accecato dal vento e dalla pioggia mentre corro via da quella pietra, da quei cancelli scuri, verso un bagliore d'acqua sfocata attraverso il campo.